SOC. COOPERATIVA PESCATORI TORTOLI

SARDEGNA TERRA DI LAGUNE

Gli ambienti umidi della Sardegna sono un elemento paesaggistico non tanto conosciuto dell’isola, ma non per questo meno caratterizzante, infatti, lagune e stagni costieri hanno un elevatissimo valore naturalistico e sono tra i più estesi d’Europa. La Cooperativa Pescatori, concessionaria unica dello stagno di Tortolì, nasce negli anni ’40 del secolo scorso, dall’unione di Pescatori che operano da sempre nelle acque dello
Stagno.
I pescatori gestiscono sia lo stabilimento di produzione e lavorazione dei prodotti ittici, che le varie attività di ristorazione presenti sul posto e nella vicina Cittadina di Tortolì. Inoltre un’importante attività di ricerca scientifica e un intenso programma didattico educativo portato avanti in concerto con le scuole di ogni ordine e grado, completano la gamma di servizi offerti al pubblico e alla comunità.

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Lettera di benvenuto di Luca Cacciatori attuale presidente della Cooperativa

LA NOSTRA STORIA

LE ORIGINI

La Cooperativa Pescatori di Tortolì è stata fondata da tredici pescatori, alcuni Tortoliesi e altri di origine ponzese.
I pescatori ponzesi sono arrivati ad Arbatax alla fine del 1800, e la loro storia è sempre stata legata alla pesca a mare. Una volta arrivati nel nostro territorio, hanno trovato un’ottima risorsa anche nello stagno e nella laguna antistante il Golfo. Infatti, soprattutto durante la stagione invernale, non potendo uscire in mare aperto per le condizioni meteo avverse, hanno potuto ripiegare sulla pesca all’interno della laguna che si è sempre rivelata molto proficua e generosa.
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I pescatori di Tortolì, come tutti i sardi in generale, non erano assidui praticanti della pesca in mare aperto, ma sono sempre stati più dediti alla pesca nelle acque interne con tecniche che si sono tramandate di generazione in generazione, anche attraverso l’apporto e le conoscenze dei “girovaghi del mestiere in mare” che trasferivano loro la propria esperienza.
Importante storicamente è stata la figura degli iniziali concessionari che ottenendo dalle popolazioni locali l’uso della laguna per lo sfruttamento delle risorse ittiche. Infatti, cercando di sfruttare al meglio il bene concessogli, essi hanno trasferito ai pescatori locali le tecniche e le conoscenze in loro possesso, contribuendo ad accrescere enormemente la loro competenza professionale.
Negli anni ’40, questa eterogenea compagine di pescatori, spinti da Dott. Pirastu, un noto farmacista locale, decise di unirsi fondando la Cooperativa Pescatori Tortolì, allo scopo di dare forma giuridica a un’organizzazione ormai di fatto. Tale organizzazione
consentì loro di coordinare al meglio tutte le attività di pesca all’interno della laguna, raggiungendo l’obiettivo di garantirsi un futuro in forma autonoma rispetto all’asservimento ai potentati locali di turno.
Negli anni ’40 quindi la Cooperativa iniziò la sua attività all’interno della laguna, autorizzata da un privato che a sua volta era in coabitazione con un’altra società nazionale che aveva la concessione dal ministero dei trasporti, la famosa Mar Piccolo.
Ci furono diverse controversie di carattere legale che dopo alcuni anni terminarono con l’estromissione della Mar Piccolo e la concessione di utilizzo a un privato di origine cagliaritana.
Alla fine degli anni ’40 i soci della Cooperativa erano quindi riusciti a conquistare la concessione in coabitazione con un privato. Questa coabitazione però col passare del tempo si era rivelata problematica per la gestione dello stagno, giacché le esigenze di
uno singolo erano sicuramente diverse da quelle della nascente Cooperativa composta da 80 persone.
I problemi nascevano dalla situazione oggettivamente anomala nella quale gli 80 pescatori dovevano dividere il pescato al 50% con un solo privato.
All’inizio degli anni ’50 ci fu un’eclatante manifestazione da parte dei pescatori, i quali pur di ottenere la concessione esclusiva del bene erano ormai disposti a tutto; si barricarono all’interno della peschiera grande e non fecero entrare più nessuno, occupandola e attirando l’attenzione dei media regionali, delle autorità politiche e giudiziarie locali.
L’occupazione durò settimane, vivendo momenti di tensione, fino a quando non fu accordata alla Cooperativa la possibilità di avere la concessione esclusiva, liquidando il privato con un equo accordo.
I soci finalmente poterono liberamente intraprendere l’attività all’interno dello stagno che di anno in anno si rivelava uno degli specchi d’acqua più pescosi dell’isola.

SVILUPPO E DECLINO

All’inizio degli anni ’60 un evento condizionò radicalmente la loro storia. La cartiera. La costruzione e l’avvio del grande stabilimento della carta fu certamente un toccasana per l’economia locale, ma la centrale elettrica della stessa e gli scarichi di lavorazione condizionarono l’attività di pesca. Per ammortizzare “l’impatto” la direzione della fabbrica decise di dare la possibilità ai figli dei pescatori di essere assunti placando almeno in parte i malumori. Lo stagno intanto reagiva all’attacco ambientale e continuava a dare tanto pesce ai soci della cooperativa, sia nella peschiera grande chiamata “Pischera manna” in località Baccasara, che in peschiera piccola detta “Pischeredda” che si trovava in prossimità dell’incontro tra le acque salse dello stagno e le acque del mare alla fine del canale di Baccasara.
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Oltre alle classiche vicissitudini che doveva affrontare un’azienda di pesca, all’inizio degli anni ’70 un altro ciclone si abbatteva sul delicato ecosistema dello stagno, l’Intemare Sarda, azienda di costruzione di piattaforme off-shore per la ricerca petrolifera.
Al fine di consentire la costruzione del grande cantiere metalmeccanico, fu eliminato quasi tutto il canale di Baccasara che si protendeva sino ai piedi dell’attuale torre spagnola, al centro del borgo di Arbatax, interrandolo e cancellando per sempre uno degli
angoli più suggestivi che da più di un secolo e mezzo accompagnava i passeggeri del trenino che ultimava il tortuoso viaggio dal Centro-Sardegna verso Arbatax, proprio sulle sue rive.
Allora, la bocca di rifornimento che collegava lo stagno al mare con i relativi impianti di cattura, fu realizzata nella riva di ponente. I tempi cambiavano, così anche i mutamenti climatici e l’impatto che l’uomo aveva sull’ambiente cominciavano a condizionare fortemente l’attività dello stagno che, pur mantenendo standard produttivi e qualitativi tra i più elevati in Sardegna, presentava morie di pesce sempre più frequenti probabilmente dovute al sempre minore apporto di acqua dolce, e alla scarsa ossigenazione. Anziché affrontare i problemi alla radice debellando le forme di scarico che condizionavano lo stagno, fu ricercato il compromesso con la natura; si aumentò lo scambio idrico con il mare ricambiando più velocemente l’acqua realizzando alla fine degli anni ’70 un’altra presa a mare a un km circa dalla prima e i relativi impianti di cattura, risolvendo così i problemi di mancanza di ossigeno durante la stagione estiva.
Non si pensò, o forse lo fecero ma non lo dissero, che si stava trasformando uno stagno in laguna che aveva sempre più acqua salata e sempre meno acqua dolce.
Era chiaro che il giorno che il Rio Mirenu avesse diminuito il suo apporto di acqua dolce lo stagno avrebbe iniziato la trasformazione della flora e della fauna da stagnale a lagunare.
Il Rio Mirenu continuò a comportarsi bene apportando acqua dolce ma l’uomo non fece altrettanto, così che nella metà degli anni ’80 fece entrare in funzione la diga Santa Lucia nell’omonima zona a monte del succitato fiume. Cominciò così un lento declino dell’attività produttiva della ormai laguna di Tortolì che vedeva sempre più diminuire le specie tipiche di acqua salmastra come muggini, ghiozzi, anguille, filatrote cefali da bottarga e quant’altro, per fare spazio alle specie più marine quali triglie, saraghi, orate, spigole e addirittura cernie.

IL RILANCIO DEGLI ULTIMI ANNI

I pescatori naturalmente abituati da sempre a navigare in acque agitate, non tirarono i remi in barca ma si prepararono ad un cambio di strategia, e crearono e svilupparono forme di lavoro alternative, quali la mitilicoltura, l’ostricoltura e
l’acquacoltura. Realizzarono alla fine degli anni ’80, anche se entrò in funzione solo nel 1995, un moderno impianto per la depurazione e confezionamento di mitili che consentisse di sviluppare questo tipo di attività conformemente alle direttive comunitarie, che sempre più ormai condizionavano il mondo del lavoro con le nuove normative comunitarie in materia igienico sanitario.
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Consci che questo non bastava, mai domi al cospetto di nuove logiche di mercato imposte dalla crescente globalizzazione, decisero di intraprendere un’altra avventura che gli avrebbe portati ad essere una delle Cooperativa di pesca più importanti, unica in Sardegna e forse in Italia.
Sicuramente primi in Sardegna, e probabilmente in Italia, a costituirsi in Cooperativa, i Pescatori capirono l’importanza d’inserire la fase di trasformazione tra quella di produzione e quella di commercializzazione.
Questo concetto è stato applicato anche in seguito, nel 2005, realizzando un moderno centro per la produzione, trasformazione e commercializzazione dei prodotti ittici e della pesca, dove tutti i giorni si è operato per valorizzare al massimo il lavoro dei pescatori